Napoli, 4 mesi e 10 ore: il "Telethon" dell'imbattibilità

martedì 2 febbraio 2010

Anno III, numero 14
Direttore Responsabile: Guido Baldari
Editore SSC Napoli, Via De Gasperi n. 33, Napoli
Proprietario SSC Napoli, Via De Gasperi n. 33, Napoli

La Settimana Azzurra
di Bruno Marra

Pur non vincendo, ed ancorchè meritandolo ampiamente, il Napoli inverte ugualmente la tendenza con il Genoa nell’Era De Laurentiis. Da quando siamo tornati in Serie A, i Grifoni avevano sempre vinto nelle ultime due stagioni. Stavolta non solo non hanno vinto, ma non se lo sono manco segnato sul memobook, mandando anzi, per posta celere e raccomandata DHL, un rosario floreale da recitare per riconoscenza universale.

Il Napoli si è preso la Lanterna e solo per un soffio di improvvida sventura non è riuscita a trasformarla nella Lampada dei desideri. La fortuna si è stampata sulla traversa, poi s’è fatta un giro addosso ad Amelia, ed infine ha esaurito l’anelito fatale due dita un po’ più su dell’incrocio dei pali.

Ma è abbastanza per guardare la Luna e non il dito. La corona di Mazzarri conta 15 perle, il Napoli sta scrivendo la storia contemporanea di record, statistiche, frizzi e lazzi. Non perdiamo dalla Rivoluzione di Ottobre e non ci segnano da quasi 600 minuti. Praticamente stanno provando a metterci sotto da 4 mesi e non riescono a farci gol da 6 partite, per un ammontare di 10 ore consecutive. Il Theleton dell’imbattibilità.

Una autorevolezza guadagnata sul campo e che ha dato al Napoli, quasi per usucapione, la patente di Big del campionato. Un nuovo corso di cui è sintomatica e rivelatrice la lettura della partita di sabato sera. Anche il Genoa, che ha forgiato le sue fortune calcistiche sul gioco totale e che si è costruito certosinamente l’aurea di squadra brillante, sfrontata e gaudente, al San Paolo ha imbottito il materasso, si è messa la maglia di lana, i calzini pesanti, la giacca di cartone e gli stivali da battaglia. Onorando la leale disfida con grande merito ed encomiabile “vis pugnandi”, come un tempo si amava baroccheggiare sul salvifico gioco all’italiana. Gasperson ha abbandonato leggiadre desinenze evocative per rientrare nei panni di Gasperini, abbracciando intramontabili ed incrollabili suffissi autarchici.

E’ evidente che tutto ciò riconduce al rispetto conquistato dal Napoli e al fisiologico timore trasmesso ad ogni avversario, a capo di una strabiliante striscia positiva ed una oggettiva crescita esponenziale. Sono diagrammi insiti nel tessuto calcistico. Però è anche vero che stesso rispetto ed uguale considerazione il Napoli li merita in ogni orbita.

La dietrologia, soprattutto applicata al calcio, è una deriva concettuale che rischia di atrofizzare ogni ragionevole e generosa ideologia. Ma proprio per questo, a maggior ragione, sarebbe altrettanto deprecabile investire quintali di passione ed energie sonanti, rischiando di non ricevere l’adeguato feedback attenzionale.

Questa non è più la città dell’improvvisazione. Il “Paese di Pulcinella oggi è la Capitale dell’efficienza calcistica, morale e manageriale. Ed ha un simbolo frutto delle sue radici: Paolo Cannavaro. Uno che se esistesse un coefficiente di eleganza e valori umani applicati a questo sport, sarebbe il Pallone d’Oro della porta affianco. Ieri s’è inventato Beckenbauer. E’ uscito come un Leone dalla sua area ed è arrivato fino in fondo seguendo la bisettrice del cuore. Ha colpito in drop di mezzo collo, come fanno quelli delle copertine. Poi lassù qualcuno s’è distratto, ma il San Paolo no: ha urlato come un gol, abbracciando il suo Capitano. Un Amore così grande, come un sogno americano.

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